La luce in fondo al lungo tunnel

La luce in fondo al lungo tunnel

Aprile 9, 2019 Off Di Francesco Biestro

Finalmente qualche raggio di sole esce a rischiarare le nostre misere vite.

La neve scoglie ed è nuovamente possibile uscire per una passeggiata o qualsivoglia attività che non comprenda lo stare seduti su un divano.

Sul bus di ritorno dalla inutile Dilijan ho la fortuna doi incontrare una simpatica ragaza locale nella quale il mio tondo e paffuto muso riesce fin da subito a suscitare simpatia.

Vive a Yerevan e si offre di portarmi in giro a scoprire la sua città.

In ostello inoltre trovo anche un musicista inglese e una ragazza americana i quali si uniscono alla combriccola.

Il gruppo è una felice ventata di aria fresca dopo la noia dei giorni passati e, tra una cosa e l’altra, ci scappa anche la prima birretta dopo ben un mese di astinenza forzata.

La captale armena è ciò che potrei definire come “ la cosa più sovietica che abbia mai visto”.

Una distesa infinita di palazzoni quadrati e grigi come solo la fantasia ci permetterebbe di immaginare.

I monumenti poi sono davvero incomprensibili.

Rettangoli fuligginosi alti 10 metri senza la benchè minima velleità artistica.

Il che fa sorgere spontanea la domanda del perchè sia stata appaltata la costruzione di qualsiasi opera pubblica sovietica eretta nell’arco di 70 anni allo stesso ingegnere capace di disegnare solo angoli retti.

Ma la risposta, tutto sommato, non mi riguarda affatto.

Un felice incontro

Finalmente qualche raggio di sole esce a rischiarare le nostre misere vite.

La neve scoglie ed è nuovamente possibile uscire per una passeggiata o qualsivoglia attività che non comprenda lo stare seduti su un divano.

Sul bus di ritorno dalla inutile Dilijan ho la fortuna di incontrare una simpatica ragaza locale nella quale il mio tondo e paffuto muso riesce fin da subito a suscitare simpatia.

Vive a Yerevan e si offre di portarmi in giro a scoprire la sua città.

In ostello inoltre trovo anche un musicista inglese e una ragazza americana i quali si uniscono alla combriccola.

Il gruppo è una felice ventata di aria fresca dopo la noia dei giorni passati e, tra una cosa e l’altra, ci scappa anche la prima birretta dopo ben un mese di astinenza forzata.

La captale armena è ciò che potrei definire come “ la cosa più sovietica che abbia mai visto”.

Una distesa infinita di palazzoni quadrati e grigi come solo la fantasia ci permetterebbe di immaginare.

I monumenti poi sono davvero incomprensibili.

Rettangoli fuligginosi alti 10 metri senza la benchè minima velleità artistica.

Il che fa sorgere spontanea la domanda del perchè sia stata appaltata la costruzione di qualsiasi opera pubblica sovietica eretta nell’arco di 70 anni allo stesso ingegnere capace di disegnare solo angoli retti.

Ma la risposta, tutto sommato, non mi riguarda affatto.

Ad maiora

Dopo un paio di giorni è arrivato per noi il tempo di portare le nostre tonde chiappe altrove.

Questa volta però la fortuna sembra arriderci perchè il minibus per Tbilisi è ampiamente oltre gli standard minimi della decenza.

Ad esso va poi aggiunto un simpatico (forse perchè ubriaco) tizio che inizia ad offrire a tutti sorsate dalla sua graziosa bottiglia di vodka russa.

Il primo giro mi piego alle regole della cortesia e mi vedo costretto a trangugiare un po’ di quella che scopro essere qualcosa di addirittura gustoso, ben lontano dai fondi di barile serviti solitamente nei bar nostrani.

Un ragazzo giapponese di fianco a me, nel frattempo, mi racconta dei suoi viaggi. Mi fa vedere due interi passaporti pieni di timbri nel quale ne scopro alcuni molto inaspettati tipo quello iracheno.

A suo cospetto riesco ancora a sentirmi un pivello.

Il tragitto scorre via veloce (ma neanche troppo) e dopo alcune ore mi ritrovo nella capitale georgiana pronto ad accogliere un amico in arrivo il giorno seguente e a vivere insieme nuove elettrizzanti avventure.

Copyright© 2019 Francesco Biestro

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